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Mercoledì, 27 Settembre 2017 10:37

Potere ed empowerment, fra cambiamento sociale e personale

 

 Il concetto di empowerment viene proposto e definito da Rappaport come l’accrescersi delle possibilità dei singoli e dei gruppi di controllare attivamente la propria vita. “L’empowerment risulta un obiettivo chiave perché esprime l’esigenza non solo di far stare meglio la persona, ma di aumentarne la competenza e la capacità di coping, cioè di affrontare attivamente le proprie situazioni di vita” (Francescato, Ghirelli). Attraverso le strategie che sviluppano l’empowerment si dà vita ad un “processo che agisce simultaneamente nell’individuo e sulla comunità” (Hawley Mc Wirter).

Difatti, le applicazioni pratiche ispirate all’empowerment, producono effetti ad un duplice livello:

  1. personale, incrementando il senso di autostima, ridando all’individuo fiducia nelle proprie capacità di dare e ricevere attenzioni e cure. Quindi, agiscono sul bisogno soggettivo, profondo e altalenante fra affermazione e riconoscimento.
  2. collettivo, quelle stesse strategie, tramite il soggetto, investono il collettivo diventando così un volano per i cambiamenti sociali.

Le strategie di empowerment sono promosse e sviluppate soprattutto per mezzo del piccolo gruppo e sempre nell’ottica, fortemente emancipatoria, del miglioramento della Qualità di Vita.

Tramite le strategie di empowerment s’innescano due processi di cambiamento, i quali imboccano apparentemente direzioni opposte, ma in effetti risultano essere due punti consecutivamente alternati di una “spirale virtuosa” che conduce a delle trasformazioni individuali e collettive tramite un processo di influenzamento reciproco che assume caratteristiche di “osmosi”. L’uno va in direzione centrifuga, verso il collettivo e l’altro processo va in direzione centripeta e quindi dal gruppo all’individuo. In questo caso, le strategie di empowerment aumentano la sensibilità personale nei confronti degli altri e dell’ambiente sociale nel quale si vive, rompendo quell’illusione autarchica di indipendenza.

Per quanto riguarda i riflessi personali e soggettivi, il significato e l’importanza delle strategie di empowerment attuate tramite il piccolo gruppo, possiamo collegarci alle considerazioni di Spaltro, il quale sostiene che il potere a livello personale, può essere misurato come “sentimento del potere”, cioè come meccanismo di soddisfazione soggettiva del desiderio. Così il sentimento del potere è sempre un mezzo per appagare il desiderio e pone il problema del successo in tale azione di soddisfacimento. Quanto più una persona riesce ad appagare i propri desideri, leciti, tanto maggiore sentimento del potere avrà.

Quindi, in ultima analisi parlando di sentimento del potere si parla di Qualità della Vita ed il problema strettamente connesso è la capacità-possibilità del singolo di perseguire il successo nell’azione di soddisfacimento del desiderio. Johnson sottolinea, difatti, che “l’empowerment è un processo attraverso il quale ci si può sentire e comportare come chi ha potere (autonomia, autorità e controllo) sugli aspetti significativi della propria vita”.

Per mezzo del processo di empowerment e le strategie ad esso ispirate, si cerca di stimolare un processo di cambiamento (che in ultima analisi agisce sul desiderio), atto a rendere empowered (potente) la persona disempowered (potuta).

“L’empowerment comprende un processo tridimensionale che include:

  1. lo sviluppo di un potente senso di sé in rapporto all’ambiente;
  2. la costruzione di una comprensione più critica delle forze che interagiscono nell’ambiente sociale nel quale si vive;
  3. l’elaborazione di strategie funzionali e di reperimento di risorse per raggiungere scopi personali” (Francescato, Leone, Traversi).

Sappiamo che per l’essere umano, è fondamentale il processo d’individuazione, in pratica potremmo dire il posizionarsi lungo l’asse affermazione - riconoscimento. Quindi per questo è indispensabile il confronto con gli altri cioè il vivere sociale, in ultima  analisi parliamo di Qualità della Vita.

Ma, attualmente la società, per motivi soprattutto economici, tende a ridurre le occasioni sociali, o al limite a massificarle e spersonalizzarle.

In questo contesto possiamo rintracciare la necessità dell’uomo di un “potere” personale che gli permetta di sentirsi importante nei confronti della collettività.

Qui entra in gioco la funzione del piccolo gruppo che permette l’aumento del sentimento personale di potere. Stabilendo in questo modo una certa differenza fra “potuti” e “potenti”.

Ed è proprio con l’utilizzazione del piccolo gruppo, attraverso il quale si sviluppano le strategie di empowerment, che si può ribaltare l’attuale predominante concezione di “un potere semaforico a somma zero, competitivo, descritto nella forma mors tua/vita mea, in un potere a somma variabile che dice mors tua-mors mea /vita tua-vita mea” (Spaltro). Il passaggio quindi da un potere negativo ad un potere positivo.

Tutto ciò è possibile, appunto, tramite la partecipazione dei singoli ai gruppi, che  diventano così il trait d’union fra individuo e collettività.


 

 

Dr. Domenico Mastroscusa

 

 

 

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