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Sabato, 25 Marzo 2017 12:40

Portatori sani di felicità

Un pensiero, che nasce dalle emozioni, e diventa stile di vita

“La bellezza salverà il mondo”.

L’espressione fa riferimento ad un saggio del filosofo bulgaro, Cvetan Todorov, in cui tratta dell’aspirazione all’assoluto ricercata attraverso la via dell’arte (la citazione riprende anche una frase del principe Miškin ne “L’idiota” di Dostoevskij).

Todorov si ispira a tre autori, Oscar Wilde, Rainer Maria Rilke e Marina Cvetaeva, che hanno posto la loro esistenza, attraverso le loro opere, al servizio del bello e della perfezione, traendone significati propri sull’arte di vivere.

 L’idea della bellezza, a mio avviso, è riconducibile, emotivamente (attraverso il “sentire” dell’uomo), alla serenità, a ciò che è armonia, pace: espressioni diverse per sottendere, spesso, la felicità.

La felicità è, con tutta probabilità, ma non penso di sbagliarmi, l’obiettivo di ciascuna persona e contemporaneamente il punto di partenza. Non è questa l’esternazione di un ossimoro quanto, piuttosto, la considerazione (visibile agli occhi) che nasciamo felici ma ce ne dimentichiamo per poi adoperarci – per tutta la nostra esistenza – nella ricerca della felicità, smarrendo così la bellezza del vivere.

Ed eccoci così, finita l’età della fanciullezza, impegnati ad inseguirla la felicità, riponendola frequentemente fuori da noi: nelle altre persone (impegnate anch’esse nello stesso tipo di ricerca/inseguimento) o in cose (se non anche persone) da consumare riponendo così la felicità in persone e cose di passaggio, non durature.

È un tratto significativo del nostro tempo che la crisi, antropologica prima ancora che economico-finanziaria, non ha fatto che evidenziare in tutta la sua drammaticità.

C’è un detto che recita: “la felicità che cerchi sulla montagna è quella che ci porti”.

Nella mia traduzione, la felicità con noi stessi (in noi stessi), quella nelle relazioni con gli altri, ivi comprese quelle lavorative (nonché familiari e amicali) sta nella nostra capacità di stare in armonia con noi stessi e con gli altri promuovendo, intenzionalmente, relazioni dotate di senso: libere e liberanti.

Una pedagogia creatrice, e sostenitrice, di valore: di ciò che più assume senso e significato per l’uomo, la bellezza, il bene, il guadagno. Integrati in una visione di armonia, prosperità e sostegno reciproco tra se stessi e gli altri, secondo il pensiero di Tsunesaburo Makiguchi[1]

E se di pedagogia si tratta, allora la si può educare (=tirare fuori) poiché insita, presente, in ciascuno, per riconoscerla, potenziarla e svilupparla (empowerment) per poi spanderla in ogni contesto e in ogni relazione di contesto.

Ciascuno è, almeno potenzialmente, un portatore sano di felicità, anche nei momenti in cui la vita, inevitabilmente ma significativamente, ci mette alla prova.

 

[1] L'obiettivo principale di Makiguchi era di riformare il sistema educativo dell'epoca che, a suo avviso, soffocava la creatività e la felicità degli studenti. Egli sosteneva che la felicità dovesse essere lo scopo della vita umana e, quindi, il primo obiettivo dell'educazione. Makiguchi era convinto che la vera felicità si trovasse nella creazione di valore, misurato dall'impatto soggettivo che un dato evento ha sulla persona.

I temi fondamentali della sua pedagogia erano tre: in primo luogo, l'educazione doveva basarsi sui bisogni quotidiani delle persone; in secondo luogo, doveva mantenere l'obiettivo della felicità intesa come lo sviluppo di una coscienza sociale e della consapevolezza che chiunque avesse il diritto di essere felice; in terzo luogo, doveva aiutare a sviluppare il potenziale creativo che esiste in ogni essere umano.

 

 

 

Cesare Perrotta

Counselor Professionista Avanzato

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