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Migranti

      Viviamo l’epoca della Crisi dei valori, dell’economia, della cultura; il tempo della Crisi dell’identità personale, di genere e sociale. Scontiamo il passaggio, cruento, da un’orgia consumistica, iniziata negli anni 80, all’attuale necessità del vivere equilibrato, misurato, senza eccessi.

Lo tsunami della globalizzazione sta continuando ad imperversare libero e felice, senza nemici, senza alcuna preoccupazione di essere frenato, né dai popoli, né dalle nazioni. Indisturbato, si aggira per il mondo falcidiando intere generazioni, intere classi lavoratrici, intere popolazioni.

Uno tsunami che, cinicamente, morde la carne inerme di uomini, donne e bambini. Esseri umani che nella logica del più forte e del più ricco, vincolati dalle catene delle leggi del mercato, della libera concorrenza, del capitalismo pubblico e privato, rimangono prigionieri e vittime costrette a esodi di massa.    

E noi, invece di raggrupparci, organizzarci per fare pressione verso l’alto, puntiamo il dito proprio contro loro, contro i molti che stanno più in basso di noi: i migranti, quelli che costretti dalla disperazione, dalla miseria, dalla fame, cercano di raggiungere la sopravvivenza in altri luoghi.

I migranti, rappresentano la spinta propulsiva verso il miglioramento sociale, incarnano ciò che noi stessi eravamo e gli ormai perduti valori di solidarietà, comunità, aiuto reciproco.

Criminalizzarli impedisce di identificarci in quello che eravamo, consente di rifiutare le nostre radici. Ma, al contempo, permette di coltivare l’illusione di quello che vorremmo essere: ancor più opulenti e consumatori affamati di altri tipi di merendine.

     Loro, i migranti, sono da rifiutare, raffigurano il pericolo della perdita di questa illusione, della società che ancora dovrà venire. Rappresentano quello che erravamo e che ora non siamo più disposti ad essere o esercitare: fatica, sudore, speranza di miglioramento. 

Dobbiamo rifiutarli, i migranti, perché vogliamo tenerci le nostre fragilità, le nostre solipsistiche comodità del telecomando, del Wi-Fi e soprattutto l’illusione della possibilità di farcela da soli.

A loro, ai migranti, dovremmo essere grati, invece. Perché ci stanno permettendo il mantenimento residuale della nostra identità, consentono di alimentare il barlume della speranza di poter entrare in quel piccolo ascensore sociale che sale, rimuovendo la cruda realtà dell’essere nel grande ascensore che sta scendendo a piani sempre più bassi.

Per risollevarsi basta mettere un’ebete faccina sorridente su qualche cialtronesca frase o immagine seducente pubblicata in qualche social, chissà dove e da chi controllato e manipolato per rendere felici e distratti i disperati.

 

Domenico Mastroscusa

 

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