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Martedì, 04 Luglio 2017 08:03

Il Colloquio Motivazionale: la motivazione al cambiamento

 Il colloquio motivazionale (CM) è uno stile di counselling, sviluppatosi a partire dai primi anni ’80 per il trattamento delle dipendenze in Gran Bretagna e negli Stati Uniti. Questa metodologia è stata adottata, successivamente, da psicologi e medici in Paesi con culture diverse, grazie alla sua utilità pratica.

La base del CM è stata la lettura critica dello stile allora dominante nel rapporto professionale con soggetti affetti da alcool-dipendenza e droga-dipendenza, stile definito “confrontazionale”, che era molto diffuso nel campo. Il CM rappresenta la proposta di uno stile alternativo, che si assume possa consentire agli operatori di evitare il generarsi di blocchi alla comunicazione tra cliente ed operatore e di costruire, con maggiore facilità, anche nei soggetti con scarsi livelli di motivazione, una relazione “centrata-sul-cliente”, capace di favorire l’aumento della motivazione al cambiamento dei comportamenti maladattivi e di diminuire le resistenze. Esso presuppone un’idea di cambiamento come “mutamento dinamico di un equilibrio: la motivazione al cambiamento di un comportamento viene maturando da un’accumulazione di fattori negativi che prevalgono su quelli positivi, per i quali il comportamento stesso si era mantenuto. Il crescente squilibrio tra costi e benefici induce l’interessato ad assumere una decisione. In questa prospettiva, il CM è stato interpretato come “un definito stile di colloquio, un grappolo di strategie utili per saggiare, valutare e accrescere il potenziale di cambiamento del cliente”(L. Sobell)[1].

L’atmosfera del cambiamento

Rifacendoci alla definizione suddetta, secondo questo tipo di approccio  il potenziale di cambiamento esiste, almeno in embrione, nel cliente; compito dell’operatore è di aiutare il cliente a “tirarlo fuori”.

Quando il soggetto si presenta all’operatore, non è “motivato o non-motivato”: è ambivalente. È molto importante che l’operatore dimostri di “accettare come normale l’ambivalenza”.

Nel CM il counselor non assume un ruolo autoritario; le strategie sono di tipo più persuasivo che coercitivo, basate più sul supporto che sulla discussione. L’obiettivo globale è di sviluppare la motivazione intrinseca a cambiare dell’utente, il proposito di farlo e la fiducia nelle proprie capacità di conseguire tali finalità.

La responsabilità del cambiamento è, dunque, lasciata al singolo.

Cinque principi clinici generali delineati da Miller nel 1983 contribuiscono a creare l’atmosfera adeguata al colloquio; sono:

  1. Esprimere empatia
  2. Evitare dispute e discussioni
  3. Aggirare e utilizzare la resistenza
  4. Lavorare sulla frattura interiore (percezione del contrasto tra sé reale e sé ideale)

5. Sostenere il senso di autoefficacia (fiducia nella propria capacità di conseguire l’obiettivo che ci si prefigge in un tempo dato )[2].

La teoria degli “stadi del cambiamento” di Prochaska e DiClemente

Il modello teorico che ispira il colloquio motivazionale, elaborato dagli psicologi James Prochaska e Carlo DiClemente (1982)[3], prevede che il processo di cambiamento avvenga attraverso il passaggio per stadi obbligati, ciascuno dei quali implica, per la persona coinvolta, compiti specifici. Sarà compito dell’operatore individuare lo stadio in cui si trova, al momento, il soggetto rispetto al comportamento in esame, per poter adottare la strategia appropriata.

Questi stadi, che delineano un percorso ciclico e progressivo, sono denominati: Precontemplazione, Contemplazione, Determinazione, Azione, Mantenimento, Ricaduta.

Nel primo stadio, definito di Precontemplazione, il cliente non ha ancora preso in considerazione l’idea di cambiare, o non lo vuole, o non se ne sente capace. In questo caso, i compiti principali del terapeuta sono di sviluppare un rapporto empatico e di fiducia, aumentare la consapevolezza e i dubbi nel cliente.

Nello stadio successivo, di Contemplazione, domina l’“ambivalenza”: il cliente considera la possibilità di un cambiamento e, in pari tempo, lo rigetta. Il ruolo dell’operatore può essere decisivo: gli tocca accettare e comprendere l’ambivalenza, esaminare, con il cliente, i pro e i contro dello status quo e del cambiamento (“bilancia decisionale”), sostenere la responsabilità personale e l’autoefficacia del cliente.

Attraverso uno stadio che va sotto il nome di Determinazione, il soggetto apre, per un periodo, una finestra di opportunità in cui viene attivamente ricercata una soluzione al problema. Questo stadio è di breve durata: si passa all’Azione o si torna indietro. Per questo motivo, è importante che il terapeuta accolga il cliente in tempi brevi, negozi insieme a lui un “piano d’azione”, esplori possibili scelte e strategie, sempre in un’ottica “centrata-sul-cliente”.

Nello stadio dell’Azione il soggetto ha interrotto il comportamento problematico e si impegna in azioni concrete volte al conseguimento di un cambiamento, ma non ha ancora raggiunto una condizione di stabilità. Il compito principale dell’operatore è di sostenere il cambiamento e fornire “rinforzi” positivi.

Lo stadio del Mantenimento è caratterizzato dal consolidamento del cambiamento raggiunto e dalle attività di prevenzione delle ricadute, come esplicitare la vulnerabilità del soggetto in particolari situazioni e aumentare la consapevolezza dei segnali di “ricaduta”. Da tale stadio si può scivolare nell’uscita definitiva dal problema, ma si può anche sviluppare un rischio di Ricaduta, che rappresenta la sesta e ultima fase prevista nel modello di Prochaska e DiClemente.

L’inserimento dello stadio della Ricaduta dà chiara l’idea che il percorso previsto dal modello è ciclico. Il terapeuta, a questo punto, deve facilitare il rientro del cliente nel ciclo del cambiamento, esplorando con lui il significato della ricaduta, sottolineando che le ricadute sono fenomeni fisiologici e supportando il cliente nella ricerca di strategie alternative per affrontare la situazione[4].

Conclusioni

Col trascorrere degli anni, gli esperti nel campo si sono soffermati maggiormente su quello che è lo “spirito” del colloquio, piuttosto che sulla descrizione delle strategie applicative. Cosa si intende per “spirito” del colloquio?

Il CM non è soltanto una tecnica da apprendere e applicare, bensì un modo di lavorare radicalmente diverso da approcci intrisi di moralismo e ideologia.

L’atteggiamento tollerante e non giudicante dell’operatore, associato a una direzione attiva verso il cambiamento comportamentale, sono principi fondamentali e, insieme, nodo critico del colloquio motivazionale.

Uno stile di counselling rispettoso della persona, delle sue reali propensioni, dei suoi tempi, meno preoccupato di affermare visioni della società, primati di tecniche, esigenze organizzative di sistemi sanitari, è qualcosa di culturalmente nuovo, in qualche modo “copernicanamente rivoluzionario”.

 

[1] Miller W., Rollnick S., Il colloquio di motivazione. Centro Studi Erickson, Trento, 1994, p.27.

[2] Guelfi G.P., Scaglia M., Spiller V., op.cit.

[3] Miller W., Rollnick S., op. cit., 1994.

[4] Guelfi G.P., Scaglia M., Spiller V., op. cit., p.1. 

Dr.ssa Amalia Dodaro Psicologa – Psicoterapeuta

 

BIBLIOGRAFIA

Bandura A., (1977), Self-efficacy: Toward a unifying theory of behavioural change, “Psychological Review”, 84, 191-215.
DiClemente C. C., (1994), “Gli stadi del cambiamento: un approccio trans-teorico alla dipendenza”. In Guelfi G.P., Spiller V. (Eds), Motivazione e stadi del cambiamento nelle tossicodipendenze, Il Vaso di Pandora II, 4, 1994, pp. 37-51.
Guelfi G.P., Scaglia M., Spiller V., (1998) Il Colloquio Motivazionale. Uno stile di counselling per accrescere la motivazione al cambiamento. Associazione Europea dei Formatori al Colloquio Motivazionale.
Guelfi G.P., Scaglia M., Spiller V., (2001) Il Colloquio Motivazionale nella dipendenza da alcool e droghe. Associazione Italiana Formatori al Colloquio Motivazionale.
Miller W., Rollnick S., (1994), Il Colloquio di Motivazione. Centro Studi Erickson, Trento.
Miller W., Rollnick S., (2005), Il Colloquio Motivazionale. Preparare la persona la cambiamento. Centro Studi Erickson, Trento.
Prochaska J.O., DiClemente C.C., (1982) Transtheoretical therapy: Toward a more integrative model of change. Psychotherapy, theory, research and practice, 19, 276-288.
Prochaska J.O., DiClemente C.C., (1992) Stages of change in the modification of problem behaviour. In M. Hersen, R. Eisler, P.M. Miller (Eds), Progress in Behavior Modification, Vol. 28. Sycamore, IL: Sycamore Publishing Company.
Scaglia M., (1997) La frattura interiore. Collegamenti con il processo del cambiamento e implicazioni terapeutiche. Bollettino delle Farmacodipendenze e Alcoolismo, 2, XXI, 1998.
Scaglia M., Stadi del cambiamento, approccio motivazionale e stati profondi della personalità. www.psico-prof.net/articles
Spiller V., Scaglia M., Ceva S., La Bilancia decisionale. Uno strumento per favorire il superamento dell’ambivalenza. www.psico-prof.net/articles
Spiller V., Scaglia M., Ceva S., Il modello transteorico. Una modalità eclettica di terapia. Bollettino delle Farmacodipendenze e Alcoolismo, 2, XXI, 1998.
Spiller V., Guelfi G.P., La valutazione della motivazione al cambiamento. Il questionario MAC/E. Bollettino delle Farmacodipendenze e Alcoolismo, 2, XXI, 1998.
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